luglio 08, 2014

we could have been heroes, but failure's more fun

Ci ho provato eh. Ci ho provato più di qualche volta, in queste settimane. A sedermi qua davanti sfarfallando le dita sulla tastiera prima di premere i tastini e scrivere, finalmente, qualcosa.
Ma come sempre mi sono schiantata contro il muro delle duerighemmezzo e cosa posso dire adesso?

Ecco. Caffè (terzo), Futurology arrivato oggi (assieme a una busta di Equitalia, ovvero la notizia buona e quella cattiva, tristi metafore della vita da martedì mattina), e forse questa volta ce la facciamo.

Futurology potrebbe essere un buon punto di partenza, se non fosse che - Walk Me To The Bridge ed Europa Geht Durch Mich a parte - lo sto ascoltando adesso per la prima volta. Sono al terzo So long, my fatal friend, che Nicky giura non si riferisca a Richey e ovviamente il resto del mondo non gli crede, e magari adesso per cercare altre parole per terminare la frase è riuscita a passare Let's Go To War, per lasciare spazio a The Next Jet To Leave Moscow.
Il booklet, nella sua semplicità, è qualcosa di pazzesco. Dai colori, alle foto, alla.. alla cazzo di carta, diosanto.
Seh, forse non è un buon punto di partenza, se devo lasciare che le dita scivolino da sole e dimenticarmi senso e punteggiature, come nei migliori streams of consciousness.
Forse non è neanche l'idea del secolo mettersi a scrivere ascoltando per la prima volta l'ultimo disco di uno dei gruppi della tua vita. Un disco di cui hai passato settimane a leggere recensioni che lo dipingono come uno dei loro lavori migliori in assoluto, montandoti su un'attesa mica da poco.
Quindi: qui per una recensione sensata.

Alla fine non ho parlato del festival. Ho ammorbato l'aria degli amici che avevano voglia di starmi ad ascoltare, e pure lì ho fatto fatica a raccontare, perché è difficile spiegare cos'hai provato e vissuto a trovarti a una manciata di metri da Nicky Wire con il viso di Richey  Edwards stampato sulla tshirt a chi non sa cosa questo voglia dire per te. Ma ho anche scritto per chi questo lo sa, e prima ancora l'ho scritto per me, e insomma, forse mi ero espressa già abbastanza.
E' stato unico. Dopo un mese, credo di poterlo definire solo così. Tre quarti d'ora che finiscono dritti lassù con la prima volta che ho visto i Blur e il Who the fuck are Black Wire? I don't know. You tell me con cui otto anni fa è cominciata la tre giorni più assurda della mia vita. Ho perso la voce dopo la prima canzone, l'ho recuperata alla quarta, l'ho ripersa alla sesta e la penultima era troppo lontana per recuperarla di nuovo. E meno male che c'è stato un po' di tempo tra i Manics e i Biffy Clyro altrimenti avrei fatto una magra figura con il resto della folla in singalong.
Anche loro poi, parliamone. Anzi no, altrimenti mi sale di nuovo il fastidio per la mia solita idiozia di non essermi preoccupata in tempo di assicurarmi Bologna (o) Milano dicembre scorso, nonostante avessero fissato i concerti parecchio in anticipo, e che nei momenti e giorni successivi al Rock In Idro avevo ampiamente zittito perché ancora blown away (sìrendedipiùininglesestfu) dal fatto che era obiettivamente stato un concerto della madonna.
Certo potrei anche spendere qualche riga sul rinnovato megacrush per James *cough* ma ho una certa età e poi c'è mio moroso che legge (ciao!) quindi evito. Haha!
E ho potuto notare quanti pochi concerti veda ultimamente, quanto abbia perso la capacità di giudizio per le band. Perché mi sono piaciuti tutti: pure i Fratellis.
Forse avevo solo fame, e la fame non guarda in faccia niente e nessuno. Come nei migliori spuntini di mezzanotte, quando torni a casa dopo una serata in cui sei riuscita a malapena a buttar giù qualcosa durante l'aperitivo e appena giri la chiave ha voglia di infilarti nel frigorifero o nella dispensa e non uscire più. Capita che cominci con una cosa e finisci con un'altra, e così oltre ai concerti via dall'Arena Parco Nord sono venuta via con una voglia insana di rimettermi a fare foto.
Voglia che si è ovviamente calmata, via via che la vita ha ripreso a scorrere alla normalità nello stesso posto da mattina a sera a mattina di nuovo, annegata dalle insicurezze e dal timore di scegliere cosa voler fare.

giugno 01, 2014

this is the day when things fall into place


-1.
Paura.

Mi capita sempre, prima di un concerto.

Paura che aumenta esponenzialmente con l'importanza del concerto stesso.
Paura tale da farmi quasi gettare la spugna (o il biglietto), i vari chissàcome/dove/chisarà interpretati in chiave negativissima. Devo fare ancora milioni di cose e sono qui a scrivere, mi sveglierò tardi, perderò il treno, arriverò tardi, la prima fila me la scordo, ci sarà un caldo pazzesco, pioverà, anche se ci sono stata mille volte mi perderò, mi incasinerò, non troverò nessuno, perderò l'ultimo autobus utile per prendere il treno del ritorno..
Sì, so come prendermi. Male.

È che domani vedo i Manics.

E voi. Non avete. Idea.

I Biffy Clyro anche, certo, tanto che quando sono stati confermati entrambi mi sono chiesta se qualcuno lassù (nonostante le reiterate, ehm, ingiurie) mi avesse pensata un pochino. Biffy Clyro fra l'altro davanti ai quali probabilmente stramazzerò con gli occhi a cuore, ma.. ma soprattutto i Manics.
Ci sono poche bands che posso dire, guardando indietro, essersi sporcate le mani di creta per modellarmi, e lasciarmi l'impronta del calcio in culo della rinascita. Tanto poche da contarle sulle dita di una mano.

Blur.
Manic Street Preachers.
The Libertines.

Ci ero incappata quasi per caso, nei Manics. E tardi, molto tardi: pur se conoscevo dal '99 If You Tolerate This Your Children Will Be Next  - e chi no? - ci sono voluti altri quattro anni perciò che andassi oltre e cercassi qualcosa di diverso, che incappassi in Too Cold Here (a.k.a. tipo la canzone più gioiosa della storia) e cadessi head over heels ai loro piedi. Perché dall'essere quei tre abbastanza anonimi col cantante panzerotto e che avevano fatto un video azzurrino piuttosto inquietante alla fine, erano improvvisamente diventati quattro che si vestivano come rockstar anni ottanta, che andavano a TOTP con le balaclave calate sulla faccia, e che cantavano cose come Repeat after me: fuck queen and country, e Hey, passive electorate! Die, die, die!
Dopo la frenesia del dover avere subitoimmediatamente TUTTO (e quante sveglie sul cellulare per ricordarmi della scadenza delle aste su eBay..) che può rivaleggiare solo con quella per i Blur di qualche anno prima, sono arrivate le ore su internet a cercare foto, e articoli, e foto, e articoli. Che fra le altre cose, mi hanno regalato elenchi di canzoni da ascoltare, poesie da cercare, e tanti, tanti libri da leggere.
Mi ricordo di una lista compilata da Richey che mi ero stampata e tenevo in portafoglio: e che tiravo invariabilmente fuori ogni volta che entravo in una libreria. Dovrei averla ancora, da qualche parte.
Anzi, adesso vado ad asciugarmi i capelli e poi la cerco. Che magari la fifa per domani mi allenta un po' la presa sullo stomaco.

Sarà il centomillesimo concerto che vado a vedere, eppure. È come il primo.
Non imparerò mai, cazzo. Mai.
(ed è meglio così)

maggio 23, 2014

herewegoagain.

È strano riprendere in mano un blog nell'era di Facebook, di Twitter, di Instagram, del meno-scrivi-meglio-è-che-non-c'ho-voglia-di-starti-a-leggere-più-di-due-minuti.
È strano anche farlo dopo anni di ruggine, dopo status e post (rispettivamente, tornando ai due esempi fatti qui sopra) che più passa il tempo e più devo rivedere in modo che abbiano un senso anche per gli altri, non solo per me (e come volevasi dimostrare, meglio che non dica quante volte ho riletto e rifatto l'ultima frase); dopo che questo tempo inesorabilmente erode le capacità linguistiche e atrofizza la mente.

Eppure, all'alba dei trent'anni, ho di nuovo voglia di scrivere.

E di cosa, ora che tutti hanno un'opinione su qualsiasi cosa, e l'argomentano meravigliosamente, e io fatico a capire un articolo sul sito del comune su quanto tempo terranno chiusi cento metri di strada sotto casa mia?

Vedremo.
Io per prima.

Chi mi conosce, sa che ho parecchie cose in ballo. Interessi disparati che non sono mai riusciti a fare il salto di qualità ad occupazioni, a causa di una sottostima probabilmente patologica - e di una altrettanto patologica mancanza di faccia di bronzo.
Potrebbero tornare delle fotografie musicali.
Potrebbero tornare i racconti dei concerti e la bulimia di dischi.
Potrebbe tornare la Formula Uno, entrare il tennis, magari un po' di fitness.
Potrebbe entrare la cucina, così da dare un senso al nome del blog stesso.

Potrei tornare.
Senza la smania del feedback, dei commenti: altrimenti continuerei a scrivere su FB (no, mi spiace, le cronache da divano di Twitter andranno avanti: è un modo per scaricare la tensione e per sfogarmi in tempo reale delle cazzate dei miei beniamini. e per nominare andreastellativubbì almeno una volta a GP altrimenti poi sto male). Se scrivi qualcosa sui social network sei tu a sbatterti in faccia alla gente, e magari alla gente in quel momento frega niente di quello che hai fatto, o di quello che vuoi dire. Un sito, un blog, sono paradossalmente meno accessibili, perché implicano una ricerca da parte della gente stessa.
Quante volte ho detto gente?